martedì 29 settembre 2015

ragionare sulle elezioni catalane

Il significato delle elezioni catalane

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Un piatto è un piatto, e un bicchiere è un bicchiere, ha detto Rajoy. Beh, questa è la tavola che le elettrizzanti elezioni catalane del 27 settembre ci hanno apparecchiato:
Quando ad andare a votare è il 77 per cento dei cittadini catalani(news.yahoo.com/separatists-win-absolute-majority-seats-catalan-vote-exit-184105988.html), il messaggio risulta forte e chiaro. Il fronte filo-indipendentista, che riunisce Junts pel Sí (Insieme per il sì) e il partito del CUP (Candidatura per l'unità popolare), ha conquistato una netta maggioranza del parlamento catalano, con 72 seggi. E da oggi, come osserva Artur Mas, ha la legittimità e la forza per continuare a inseguire il proprio sogno di una secessione.
Il fronte filo-indipendentista ha perso il referendum. Le forze anti-indipendenza rappresentano il 52 per cento, contro il 47 del blocco secessionista. Con questi risultati, non appena le bollicine del vino cava saranno evaporate, per qualsiasi politico serio (in Catalogna) l'idea di proporre una dichiarazione d'indipendenza unilaterale risulterà inconcepibile. Sarebbe anti-democratico. Ma è la prima volta che la possibilità della secessione prende corpo: quello rappresentato da un milione e novecentomila voti è un grido che nessun politico serio (a Madrid) sarà in grado d'ignorare.
Alle urne, Ciudadanos ha sfondato il soffitto: triplicando i risultati delle precedenti consultazioni e, con venticinque seggi, finendo col rubare la scena. L'avvenuto sorpasso del Partito del Popolo della Catalogna rappresenta anche un avvertimento: succederà di nuovo alle elezioni generali di dicembre? Non sapremo mai che genere di risultato avrebbe ottenuto Albert Rivera se fosse stato candidato della Generalitat, il governo catalano; ma rappresentare la seconda forza politica catalana dà forza alle sue aspirazioni di arrivare fino al Palazzo della Moncloa.
In Catalogna il PP è sempre più irrilevante: di seggi ne ha persi dieci, inclusa Badalona -- dove era sindaco Xavier García Albiol -- che è andata a Junts pel Sí. È stato un vero e proprio schiaffo in faccia al partito e alla sua strategia elettorale. Oggi al Moncloa e a via Genova tira una brutta aria: di fronte alla sfida catalana Rajoy si sta mostrando inadeguato.
All'indomani di un successo spettacolare (da 3 a 10 seggi), oggi in Catalogna il CUP ha in mano le redini di governo. Se manterrà la propria promessa di non votare per Artur Mas presidente, quelli di Junts pel Sí si ritroveranno costretti a un compromesso su un altro candidato... con la garanzia di uno scontro interno.
Podemos ha perso il proprio slancio: Da solo, l'ICV ha ottenuto più seggi (13) della nuova coalizione. I dieci deputati che Podemos ha portato in parlamento sono molto lontani da ciò che si sperava. Significa forse che il suo successo alle ultime elezioni municipali -- Barcellona, Madrid, Cadice, Saragozza -- ha segnato anche lo zenith della sua vicenda politica?
I socialisti sono ancora vivi. Il fatto di aver conservato quasi lo stesso numero di voti ottenuti alle scorse elezioni catalane -- dopo il salasso, e la comparsa di nuovi partiti che ne reclamano ideologicamente il territorio -- giustifica il sospiro di sollievo da parte di Miguel Iceta, nonostante la perdita di quattro seggi. E quel mezzo milione di voti catalani valgono il loro peso in oro in vista della corsa di Pedro Sanchez verso Palazzo della Moncloa.
Aldilà delle notizie, dei piatti e dei bicchieri, queste elezioni hanno individuato una spaccatura inusitata all'interno della società catalana. Ciò di cui ci sarebbe bisogno sono politici, e decisioni politiche, in grado di sanare le ferite, delineando nuovi spazi di coesistenza. Allo stato attuale delle cose, in vista delle elezioni generali, la Catalogna rappresenta il centro della campagna elettorale.
Traduzione di Stefano Pitrelli

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